Il comunismo è e rimane l'unico superamento possibile della società capitalistica; tuttavia la sua forma e il suo contenuto non sono invarianti, ma storici e discontinui. Un'epoca – quella del movimento operaio – si è conclusa, e non ritornerà. Il patrimonio teorico delle lotte passate non mancherà di palesare la propria obsolescenza. Si tratta, dunque, per coloro che si pongono il problema della rivoluzione, di trarne fino in fondo tutte le conseguenze. Si tratta di comprendere il rapporto che oggi intercorre tra le lotte quotidiane del proletariato, la rivoluzione e il comunismo. Si tratta, nondimeno, di riconoscere finalmente tale comprensione come un'articolazione del tutto interna a questo stesso rapporto: senza lotta, nessuna teoria; senza teoria, nessuna rivoluzione.

Noi, come molti altri, abbiamo iniziato. Abbiamo qualche idea, forse non proprio peregrina. Designiamo il processo rivoluzionario a venire come la necessaria adozione, da parte del proletariato, di misure
immediatamente comuniste – senza transizione, senza socialismo. La necessità di queste misure – la necessità del comunismo come mezzo stesso della rivoluzione – si dà come già prefigurata in un certo numero di lotte proletarie contemporanee. Di questo, e di molto altro, si vuole rendere conto in questo blog, che è organizzato in quattro sezioni principali: 1) “Rivista”, dove si potranno scaricare i numeri de “Il Lato Cattivo” che
via via saranno pubblicati; 2) “Materiali ausiliari”, che contiene testi che, per varie ragioni, non hanno trovato spazio nella rivista, ma che possono integrarla o essere dialettizzati con essa; 3) “Rotture teoriche 1965-1980”, che raccoglie le espressioni di rottura con le Sinistre Comuniste che hanno gettato le basi dell'odierno dibattito sulla “comunizzazione dei rapporti fra individui”; 4) “Altre letture”, dove si potranno trovare spunti di inattualità provenienti dal passato, da leggere con l'occhio rivolto al presente.

giovedì 20 dicembre 2012

L'essenziale sull'essenziale

Gilles Dauvé & Karl Nesic

La rivoluzione comunista non è una successione, che si occupa prima del potere (per conquistarlo o sopprimerlo) e soltanto in seguito si applica a trasformare la vita sociale. Ciascuno di questi due aspetti nutre l'altro. Essi o agiscono simultaneamente, o sono destinati a fallire entrambi. Se i proletari non si sbarazzano della polizia, dell'esercito, dei partiti e del meccanismo parlamentare, presto o tardi le trasformazioni sociali deperiranno, erose dall'interno, o saranno interrotte dall'esterno, come accadde in Spagna dopo il 1936. Ma se la lotta armata si riduce a uno scontro tra due fronti, inevitabilmente il campo proletario finirà per perdere la sua dinamica sociale interna, per poi essere sconfitto sulle barricate o sui campi di battaglia, come di nuovo dimostra l'esperienza spagnola dopo il 1936.
Un tale sconvolgimento non si realizzerà evidentemente nel giro di poche settimane o mesi, e si estenderà almeno sull'arco di una generazione; ma il processo di comunizzazione comincerà da subito. Prima esso si innescherà, prima si amplierà e approfondirà, e maggiori possibilità avrà di imporsi.

venerdì 30 novembre 2012

Lavorando noi operai produciamo capitale

Comitato operaio di Porto Marghera (1969)

Con una introduzione redazionale e un'appendice critica comprendente estratti dall'IS e da «Théorie Communiste».

[...] se Toni Negri e compagnia hanno avuto, nonostante tutto, un certo ruolo negli anni '60-'70, come nel periodo d'oro dei contro-vertici e del “Movimento dei Movimenti” – ruolo certo ridimensionato ma non esaurito – questo non si deve ad un complotto, né ad una semplice questione di mode culturali. Dunque non si tratta, più di tanto, di stigmatizzare i personaggi (alla voce “dissociazione” o giù di lì) o le loro sparate (Marx oltre Marx o Impero o...) in nome della pravda comunista, ma di mostrare in virtù di cosa certe sparate divengono possibili e ideologicamente efficaci. L'operaismo e il post-operaismo negrista sono, abbastanza evidentemente, l'inverso dell'economismo oggettivista. È precisamente lo statuto di questa inversione che si tratta di interrogare.
Da Lenin in Inghilterra («Classe operaia», n.1, 1964) in poi, l'ingiunzione operaista fondamentale è stata quella del rovesciamento del punto di vista: non sono le lotte che seguono lo sviluppo (o la crisi) dell'economia capitalista, è lo sviluppo (o la crisi) a seguire le lotte. Questa esigenza di porre in primo piano i soggetti non cadeva dal cielo, né proveniva solo dal beneamato “contesto storico”, fosse il formidabile ciclo di accumulazione post-bellico o il terzomondismo attendista del PCI. Ciò che è in un certo senso nell'aria, in quel periodo, è evidentemente la percezione – avvertita da più parti – di un nodo irrisolto della vecchia teoria marxista: realtà o illusione dei fenomeni economici? Questione in un certo senso implicita nella definizione di base del rapporto capitalistico: se infatti il capitale è un rapporto sociale, non è logico, allora, intendere il dominio separato dell'economia come un sistema di rappresentazioni menzognere?

giovedì 22 novembre 2012

La fine di «Socialisme ou Barbarie»

«Socialisme ou Barbarie» (1967)

Non è con beneficio d'inventario che pubblichiamo questo “addio alle armi” del gruppo-rivista francese «Socialisme ou Barbarie». E men che meno per rivalutarne le tesi più conosciute. La comprensione della contraddizione fra proletariato e capitale come contraddizione fra “dirigenti” ed “esecutori” – che avrebbe dovuto trovare nei regimi a capitalismo di Stato del blocco dell'Est la configurazione più socialmente esplosiva –, il misconoscimento della dinamica contraddittoria dell'accumulazione (necessità delle crisi), l'apprezzamento della democrazia diretta e perfino della sociologia industriale, infine l'idea di un'irrimediabile integrazione della classe operaia nei paesi più economicamente sviluppati a partire dagli anni '60 – su tutto questo, tenendo conto o meno della prospettiva storica, può anche scappare un sorriso. Fermo restando che i contributi di «Socialisme ou Barbarie» non si riducono a questo pugno di tesi – e qui basti ricordare L'expérience prolétarienne di Claude Lefort e gli articoli sulla Cina di Pierre Souyri –, l'interesse di questo cammino sta nella sua sintomaticità in relazione all'epoca. Giunto sulla scena allorché la sussunzione reale del lavoro al capitale si consolidava nell'area occidentale (integrazione della riproduzione della forza lavoro al ciclo del capitale, sotto l'egida dello Stato keynesiano), esso scomparve appena prima che il ciclo di accumulazione post-bellico iniziasse a flettersi, con gli scioperi del maggio francese del '68 e l'Autunno Caldo italiano del '69 (per non dire delle rivolte di Danzica e Stettino del '70) a rendere flagrante la contraddittoria convivenza di lotte operaie ben poco “fabbrichiste” accanto ad una mimica consiliarista ed autogestionaria che si rivela essere il terreno di ogni impasse e di ogni “recupero”: dal riflusso dell'Autunno Caldo nei Consigli di Fabbrica, all'esperienza della LIP in Francia, fino alla tragicommedia dei 35 giorni di occupazione a Mirafiori.

mercoledì 7 novembre 2012

La rivoluzione tedesca e lo spettro del proletariato

Carsten Juhl ("Invariance", 1974)

   La storia del movimento rivoluzionario tedesco è finora stata scritta – con una sola eccezione – a livello delle organizzazioni, cioè a livello delle forme di rappresentazione che quel movimento si era dato, e che sempre si sono autonomizzate. In effetti, esse non furono fattori soggettivamente rivoluzionari che per qualche mese, nel periodo già breve che va dal 1918 alla primavera del 1921, lasciando quindi a tutte le proprie espressioni politiche e militari, fatta eccezione per i momenti di maggiore intensità, una funzione stabilizzatrice ed organizzatrice a livello politico-economico.
Questa funzione rivela il contenuto possibile, e dunque sovente realizzato, del movimento in quanto sinistra radicale del capitale; in realtà – a parte qualche breve momento di scontro (che rivelò però una notevole aggressività in certi gruppi di proletari) – le formazioni della sinistra tedesca hanno avuto come obiettivo reale quello di assicurare la sopravvivenza sociale di una parte della classe di cui erano l'espressione, ovvero dei settori più radicali del proletariato. Ciò significava evidentemente porsi dei problemi che non erano quelli di una rivoluzione integralmente anticapitalista, ma soltanto quelli di una rivoluzione contro la miseria capitalistica di allora.

venerdì 26 ottobre 2012

Annotazioni sul comunismo

Un partecipante a Théorie Communiste

Le note che seguono furono pubblicate sul numero 13 della rivista «Théorie Communiste», nel 1997. Esse apparvero senza nome d'autore e furono seguite da una critica anch'essa anonima (dunque ascrivibile a «Théorie Communiste») di questo tipo di anticipazione teorica, che fu eccezionalmente personale nell'ambito dell'elaborazione della rivista. Va sottolineato che questo testo vide la luce nel corso di un dibattito con Bruno Astarian, che all'epoca sollecitava fortemente una descrizione positiva del comunismo (quest'ultimo pubblicò a sua volta queste tesi su «Hic Salta» nel 1998, annettendo una sua propria critica). Questo punto di vista non era condiviso dalla redazione di «Théorie Communiste».
Un tentativo del genere può avere un certo interesse, considerando che ognuno di noi è portato a porsi – volente o nolente, per se stesso o per rispondere alle interrogazioni altrui – alcune questioni sul mondo post-rivoluzionario, e tenendo allo stesso tempo ben presente che il comunismo non è, infine, che l'insieme delle misure di lotta comuniste quali si produrranno nel corso del processo rivoluzionario, così come vengono abbordate – ad esempio – in Le pas suspendu de la communisation, in «SIC», n. 1, gennaio 2012. [NdT]

venerdì 12 ottobre 2012

La riproduzione del proletariato

Breve introduzione alla critica della demografia politica

Amer Simpson

Il capitalismo è un modo di produzione sociale che si auto-presuppone all'interno della propria riproduzione. Ma ciò che è riprodotto e presupposto è il conflitto tra le classi. La riproduzione del capitale implica reciprocamente la riproduzione del proletariato in quanto forza lavoro generica sempre disponibile per il capitale – e appartenente a tutti i capitalisti prima di appartenere a uno solo.
Questa fondamentale disponibilità della forza lavoro presuppone la sua riproduzione come qualcosa di già dato, come il sostrato “naturale” del suo valore di scambio, vale a dire ciò che è riprodotto gratuitamente e invisibilmente e che è già presupposto al primo momento del processo di sfruttamento: la compravendita della forza lavoro. La riproduzione del proletariato come forza lavoro generica sempre disponibile, presuppone quindi la distinzione delle forze produttive tra, da un lato, la produzione di plusvalore per mezzo dell'uso della forza lavoro in quanto attività produttiva e, dall'altro, la produzione di proletari attraverso l'uso della forza lavoro in quanto attività riproduttiva.


lunedì 24 settembre 2012

Elementi sulla periodizzazione del modo di produzione capitalistico

Storia del capitale, delle crisi e del comunismo

Bruno Astarian (1998)

Le note che seguono sono il breve commentario a uno schema [...] che rappresenta l'insieme del corso storico dell'accumulazione capitalistica. L'interesse che vi è nello stabilire una visione complessiva della storia del capitale, risiede nel mostrare come questa costituisca un processo globale che obbedisce a una logica contraddittoria, e ha un inizio e una fine; e nel fare emergere come la sua invarianza (la ricorsività delle crisi) non escluda un'evoluzione verso la produzione delle condizioni effettive della rivoluzione comunista.

lunedì 6 agosto 2012

Prefazione a "Il capitale totale"

Jacques Camatte (1970)

[…] Il risultato del movimento totale è quello di produrre una classe universale, un proletariato immenso, proletariato nel senso di insieme di uomini che non hanno alcuna autonomia (vecchio proletariato + nuove classi medie). […] Il capitale ricorre a tutto per impedirne l'unificazione […]
Con tutto ciò, non si tratta di proclamare il fronte unito di tutti i lavoratori, giacché questo porterebbe ad annegare la debole minoranza realmente distruttrice – costituita da coloro che si trovano completamente tagliati fuori dal processo di produzione ed implicitamente affermano il comunismo – nella marea di coloro che non hanno, per il momento, un interesse immediato alla rivoluzione comunista. È solo attraverso lo scontro tra questi due elementi che il secondo potrà essere dislocato sul terreno di lotta del primo; dislocamento facilitato da una crisi del capitale e che – a sua volta – finirà con l’accentuare quest'ultima. È nel corso di questo scontro che si produrrà la coscienza della fase rivoluzionaria.
[…] Nel periodo di dominio formale del capitale, la rivoluzione si manifestava all’interno stesso della società: lotta del lavoro contro il capitale; oggi essa si presenta – e lo sarà sempre più chiaramente – come lotta al di fuori e contro la società stessa. Dal momento che la quasi totalità degli uomini si leva contro il capitale e contro il lavoro, si tratta di una lotta contro il capitale e contemporaneamente contro il lavoro, come due aspetti della stessa realtà. In altri termini, il proletariato deve lottare contro il proprio dominio al fine di potersi negare in quanto classe e, dunque, distruggere sia il capitale sia le classi.

venerdì 27 luglio 2012

La contraddizione fra proletariato e capitale è ineluttabile

R. - «Théorie Communiste»

Che si scelga l'uno o l'altro dei due corni del dilemma, l'alternativa tra ineluttabilità e non-ineluttabilità (possibilità) del comunismo è priva di senso. L'alternativa ed entrambi i suoi termini, presi separatamente, si basano su una sola ed unica confusione tra il processo di caducità del modo di produzione capitalistico e il suo superamento. Una volta acquisita questa confusione, l'alternativa si impone: per gli uni la confusione è totale e rivendicata: il comunismo è ineluttabile; per gli altri la confusione è altrettanto totale, ma il superamento potrebbe avere luogo soltanto essendo qualcosa di più che un'oggettività, poiché – lo sanno tutti – la rivoluzione è attività, e dunque soggettività: il comunismo diventa allora un possibile. Possibilità e ineluttabilità del comunismo non esistono che come termini di un'alternativa; il problema è il fondamento di questa alternativa.

giovedì 26 luglio 2012

Sulla politica e la democrazia

«Théorie Communiste»

[...] Tutti i gauchistes che si presentino o meno alle elezioni – considerano queste ultime uno sviamento della lotta di classe. Ma la demistificazione è un momento della mistificazione, giacché non comprende quest'ultima come necessaria e materiale.
La classe di cui parlano, e in nome della quale si presentano, è per definizione, essa stessa, una determinazione del modo di produzione capitalistico, e costoro si guardano bene dal volere che questo abbia fine. Demistificare significa cercare di sapere come la religione, la politica, la democrazia, l'economia tengano assieme gli individui; ora, ciò che si tratta di fare, è di comprendere perché il legame tra individui particolari, definiti in un modo di produzione determinato come costituenti di classi antagoniste, assuma la forma necessaria della religione, della politica, della democrazia, dell'economia.

mercoledì 25 luglio 2012

Le lotte di classe in Iran

«Théorie communiste» (1979)

[Il testo che qui pubblichiamo è apparso in traduzione italiana sulla rivista «Anarchismo», serie I, n. 26-27, 1979]

[...] La necessità per il movimento teorico di analizzare lo sviluppo concreto e talvolta persino puntuale della crisi, risiede nel fatto che non v’è superamento del capitale che sia dato nell’essenza di una classe, che sia il risultato di un processo teleologico. Il superamento del capitale non è cosa diversa dalle condizioni qualitative del rapporto tra le classi che formano lo svolgimento della crisi.
Analizzare dei momenti particolari della crisi riconducendoli sempre alla tendenza generale di questa, al suo significato globale è parimenti produrre nel contenuto stesso della teoria comunista, la sua trasformazione in movimento teorico, vale a dire superare uno stadio in cui la teoria era assolutamente in contraddizione col movimento che la porta, e iniziare la sua trasformazione verso la situazione in cui dire ciò che avviene è trasformare ciò che avviene. Partecipare al movimento teorico, non commettere l’errore di credere che il superamento del capitale sia un superamento in generale che determina il corso della crisi, che diventa allora una realizzazione di questo superamento in generale, queste sono le due principali basi teoriche per analizzare il corso immediato della crisi.
Se i recenti avvenimenti impongono di analizzare ciò che avviene in Iran, non è per i caratteri particolari che vi si possono incontrare, ma, al contrario, per la focalizzazione del processo generale della crisi e dei problemi della rivoluzione che vi si riscontra.

sabato 21 luglio 2012

1970: Danzica e Stettino come Detroit

Anonimo (1971)

I tratti caratteristici della rivoluzione moderna, quella contro il dominio reale del capitale, si sono manifestati palesemente e definitivamente nell'Europa orientale con la rivolta proletaria del dicembre '70 nelle provincie baltiche e in alcune altre zone dell'attuale Polonia. La sua esplosione ha creato un clima di terrore, questa volta, anche per le potenze occidentali. Illuminante a questo proposito è un'affermazione delle autorità del Pentagono, contemporanea allo scoppio della rivolta, secondo la quale “momentaneamente non si rilasciano dichiarazioni data l'estrema delicatezza degli avvenimenti polacchi”. È chiaro che le autorità USA riconoscevano e vedevano allargarsi quegli stessi aspetti della nuova rivoluzione, a loro ben noti attraverso le azioni di rivolta del proletariato nero. Ben diverso era stato invece il loro atteggiamento, come quello di tutti gli stati occidentali, nei confronti dei precedenti moti di rivolta verificatisi nell'Europa dell'est, che avevano ancora in se stessi limiti imposti dalle particolarità delle nazioni nelle quali si sviluppavano.

Versione pdf »

lunedì 9 luglio 2012

Abbasso il proletariato!

Les Amis du Potlatch (1979)

[Pubblichiamo qui la prima parte del testo A bas le prolétariat! Vive le communisme!, apparsa in traduzione italiana sulla rivista «Anarchismo», serie I, n. 28, 1979]

Il nemico del proletariato non è tanto il potere dei capitalisti o dei burocrati, quanto la dittatura della leggi dell'economia sui bisogni, l’attività e la vita degli uomini. La controrivoluzione moderna si incentra sulla difesa della condizione proletaria e non sul mantenimento dei privilegi borghesi. È in nome del proletariato e delle necessità economiche, con l’aiuto dei suoi rappresentanti politici e sindacali, che si tenta di salvare la società capitalista.

sabato 7 luglio 2012

Informations et Correspodance Ouvrières - Ciò che siamo, ciò che vogliamo

Con una nota storica di Roland Simon

Erede della Sinistra comunista tedesco-olandese, ICO è un polo inaggirabile nell'ambito dell'ultrasinistra fino al 1974, e in particolare dopo il 1968. Eppure è difficile farne una presentazione teorica. Il testo Ciò che siamo, ciò che vogliamo riassume le posizioni di ICO.

venerdì 29 giugno 2012

Alcuni elementi per meglio comprendere la primavera del Québec

Amer Simpson

In Québec, la crisi economica non si manifesta direttamente. Poiché il tasso di disoccupazione non è schizzato alle stelle come negli Stati Uniti, la maggior parte della gente crede ancora che il Canada se la possa cavare, e quasi tutti pensano che il paese non sia in crisi. Le ragioni per le quali il Canada e il Québec sono in grado di assorbire gli effetti diretti della crisi, non saranno analizzate in questa sede. Ad ogni modo, considerando che la crisi riguarda un capitalismo mondializzato, il Canada e le sue province non sono esentate dall'applicare a loro volta piani di austerità che permettano ai capitali internazionali di rivalorizzarsi e alle imprese finanziarie di rimpolpare le casse. Dunque, sebbene gli effetti della crisi siano stati bene o male ammortizzati dalle politiche governative, gli stessi governi che hanno attuato queste politiche devono ora rendere conto alle grandi istituzioni capitalistiche. L'aumento delle tasse scolastiche fa parte del piano di austerità che il governo di Jean Charest, Primo Ministro del Québec, deve applicare.

Versione pdf »

venerdì 15 giugno 2012

«Théorie Communiste»: chi siamo

[...] La questione teorica centrale diventa quindi la seguente: come può il proletariato, agendo in quanto classe del modo di produzione capitalistico, nella sua contraddizione con quest'ultimo, abolire le classi e dunque se stesso, ovvero produrre il comunismo? Qualsivoglia risposta a questa domanda faccia riferimento a una generica umanità che il proletariato conserverebbe, o a un'attività umana esistente sotto la superficie del lavoro, non solo si intrappola da sé in un enigma filosofico, ma ritorna sempre alla necessità di dover affermare che la lotta di classe del proletariato può andare oltre se stessa solo se esprime e afferma qualcosa di più di ciò che è (possiamo trovare un approccio simile nelle attuali formalizzazioni teoriche del “movimento di azione diretta”). L'operaio sudato viene rimpiazzato dall'Uomo, ma il problema non cambia, rimane quello della Aufhebung.

Versione pdf »

domenica 27 maggio 2012

La mistificazione democratica

Jacques Camatte (1969)

L'assalto del proletariato alle rocche del capitale potrà farsi con qualche possibilità di successo solo alla condizione che il movimento rivoluzionario proletario la faccia finita, una volta per tutte, con la democrazia. Questa è l'ultimo rifugio di tutti i rinnegamenti e di tutti i tradimenti, poiché in essa risiede la prima speranza di coloro che credono di risanare il movimento attuale, marcio fino alle sue fondamenta.

venerdì 11 maggio 2012

"Sic" - Incontro internazionale ad Avignon, 10-17 agosto

Un incontro internazionale inerente le attività della rivista «SIC – International Journal for Communisation», è previsto per la settimana compresa tra il 10 e il 17 agosto, nei pressi di Avignon. L'organizzazione materiale dell'incontro è a cura dei compagni francesi di “Théorie Communiste”. I dibattiti dovrebbero articolarsi intorno a tre assi principali:
  • Discussione dei testi preliminarmente inviati dai partecipanti, e pubblicati qui.
  • La situazione attuale: la crisi in Grecia, le “rivoluzioni” arabe, il movimento degli “indignados”, Occupy Wall Street etc.
  • Bilancio del primo numero della rivista e possibile contenuto del secondo.
È possibile fin d'ora inviare i testi che si vorrebbero discutere durante l'incontro. Le lingue utilizzate saranno l'inglese e il francese. Saranno disponibili diverse sale e si potranno quindi tenere simultaneamente più discussioni.

Alloggio in dormitorio o in tenda. Il costo per persona dovrebbe aggirarsi intorno ai 12 € al giorno.

Per maggiori informazioni: pepe@communisation.net.

venerdì 13 aprile 2012

Eserciti nelle strade

Alcune questioni intorno al rapporto NATO "Urban Operation in the Year 2020"

a cura di «Nonostante Milano»

[...] È questo lo sfondo della teoria della Fourth Generation Warfare (4GW) che è andata definendosi negli ultimi vent’anni, una teoria che sembra fatta apposta per affrontare una guerra mondiale a bassa intensità di durata illimitata contro le fasce criminalizzate del proletariato urbano, in cui gli specifici campi di battaglia del XXI secolo saranno le periferie affamate (“Il popolo ha fame e manca il pane? E allora dategli proiettili di gomma e peperoncino!”, trombettano le Marie Antoniette d’oggidì). Perché il “breve sogno della perenne prosperità per tutti” è ormai finito e, come riconosciuto anche dall’ex chief economist e senior vice president della Banca Mondiale Joseph E. Stiglitz, “malgrado le reiterate promesse di ridurre la povertà fatte negli ultimi dieci anni del XX secolo, il numero effettivo di persone che vivono in povertà è invece aumentato di quasi cento milioni”. E quando Stiglitz scriveva queste righe non era ancora “scoppiata” la “crisi” […] Il Terzo Mondo, se mai è esistito come altrove, è oramai scomparso. Il Terzo Mondo è qui.

domenica 1 aprile 2012

Proletarizzazione delle classi medie

Gilles Dauvè & Karl Nesic

Che il concetto di classe sia pertinente o meno, è difficile concepire l'esistenza di una classe collocata in una posizione intermedia rispetto alle altre (borghesia e proletariato), e immaginare che possa estendersi fino a occupare pressoché la totalità del campo.
Nel capitalismo, come abbiamo visto, non tutto è “capitalistico”, e non tutto ciò che è capitalistico è compreso nelle forme più socialmente o tecnologicamente avanzate del capitalismo. L'esistenza dei piccoli proprietari di mezzi di produzione, è necessaria alla vitalità dell'industria e del commercio (non sarebbe possibile un capitalismo senza imprenditori e innovatori), ma è indispensabile anche per la sua funzione di stabilizzatore sociale. La borghesia non potrebbe dominare la società contando soltanto su poche centinaia di migliaia di possidenti. Essa deve dividere il potere politico, quello intellettuale e (in una certa misura) quello economico, con ciò che un politico francese, nel 1872, definì i “nuovi strati sociali”, nei quali includeva i negozianti, gli artigiani, gli impiegati statali e delle ferrovie, gli insegnanti e i medici. Benché la lista non sia aggiornata, il concetto rimane il medesimo.

lunedì 26 marzo 2012

Un rapporto al collasso? Riflessioni sulla crisi

Screamin' Alice

La storia del modo di produzione capitalistico è punteggiata da crisi. Si potrebbe dire che la crisi è il modus operandi del capitale, o della relazione capitale-lavoro. Questo è vero poiché il capitale, l'auto-valorizzazione del valore, l'auto-espansione della ricchezza astratta, è in ogni momento una rivendicazione sull'estrazione di plusvalore a venire: l'accumulazione del capitale di oggi è una scommessa sullo sfruttamento del proletariato di domani.
La crisi, oggi, assume le forme della crisi finanziaria, mentre la prospettiva di una crisi economica conclamata incombe. Ad ogni modo, queste due crisi non stanno tra loro semplicemente in un rapporto di causa ed effetto (quale che sia, tra esse, ad essere individuata come la causa dell'altra). Piuttosto, si tratta di differenti manifestazioni di un'unica crisi sotterranea – la crisi dell'accumulazione del capitale, che è allo stesso tempo crisi del rapporto di sfruttamento esistente fra capitale e proletariato.

venerdì 9 marzo 2012

[Grecia 2008] Come un inverno di mille dicembre

Ta Paidia Tis Galarias & Blaumachen

[A distanza di tre anni, ripubblichiamo, in versione riveduta e corretta, la traduzione italiana di una "cronaca" delle rivolte del 2008, redatta "a caldo" dai compagni greci di Tptg e Blaumachen]

VIOLENZA significa lavorare quarant'anni per un salario misero e considerarsi fortunati se si riesce ad andare in pensione… VIOLENZA significa Buoni del Tesoro, fondi pensione rubati e la frode della Borsa…VIOLENZA significa essere costretti a sottoscrivere mutui per la casa che sarai costretto a pagare a peso d’oro… VIOLENZA significa il diritto dei dirigenti di licenziarti quando vogliono… VIOLENZA significa disoccupazione, lavoro temporaneo, paghe da 400 euro al mese con o senza previdenza sociale… VIOLENZA significa “incidenti” sul lavoro perché i padroni diminuiscono i costi della sicurezza… VIOLENZA significa ammalarsi a causa del lavoro troppo duro… VIOLENZA significa consumare psicofarmaci e vitamine per far fronte a orari di lavoro estenuanti…VIOLENZA significa lavorare per i soldi che servono a comprare le medicine necessarie a mantenere il proprio potenziale lavorativo… VIOLENZA significa morire su letti pronti all'uso in orribili ospedali, se non ti puoi permettere la bustarella.” [Proletari dei locali della GSEE occupati, Atene, dicembre 2008]

sabato 25 febbraio 2012

Presentazione della rivista "SIC" ad Atene

Blaumachen

[Elementi comuni nell'elaborazione teorica dei partecipanti al progetto “SIC”, presentati da un compagno di Blaumachen ad Atene, e diffusi in seguito a Parigi]

Nel corso delle sue lotte rivendicative, il proletariato attaccherà concretamente i mezzi di produzione in quanto tali, ovvero il loro carattere di mezzi di produzione (come fanno oggi, ad esempio, gli operai del Bangladesh quando rivendicano più salario; si può immaginare una generalizzazione di questa situazione). Se la rivoluzione procede come una reazione a catena, come una rivoluzione nella rivoluzione, questo attacco condurrà all'abolizione dei mezzi di produzione in quanto valore, cioè alla loro decapitalizzazione.

martedì 14 febbraio 2012

Note di lettura sul libro "Bisognerà ancora attendere"

Denis

    Il capitale, avendo avuto il cattivo gusto di vincere soltanto a metà la sua più recente battaglia contro il proletariato, non ha saputo portare a termine la propria ristrutturazione: in tal modo si è messo stupidamente di traverso sul cammino della rivoluzione. “L'assalto proletario si produce allorché un ciclo di produzione raggiunge il suo culmine e comincia a entrare in crisi”: e noi ci ritroviamo oggi con la crisi senza il culmine. Finché il capitale non sarà infine capace di trovare un ruolo alla democrazia e allo Stato, finché non smetterà di oscillare tra garanzia e assistenza, dominando nuovamente lo spazio e risocializzando le folle, non ci sarà granché da fare, fuorché aspettare. Questo è, in sostanza, il discorso del libercolo di Gilles Dauvé e Karl Nesic

venerdì 20 gennaio 2012

Il democratismo radicale: una controrivoluzione che ci “riguarda”

Editoriale di «Théorie Communiste», n.14, dicembre 1997

La ristrutturazione del modo di produzione capitalistico si avvia verso il proprio compimento; nuove modalità di accrescimento dello sfruttamento si fanno strada. È ciò che alcuni definiscono “nuovi compromessi”.
Tutte le caratteristiche del processo di produzione immediato e della riproduzione della forza-lavoro, tutto ciò che faceva della classe una determinazione della riproduzione del capitale (ancoraggio dell'accumulazione alle aree nazionali, “ripartizione dei guadagni di produttività”, inflazione strisciante, servizi pubblici), tutto ciò che poneva il proletariato, tanto socialmente quanto politicamente, come un interlocutore nazionale – in breve, tutto ciò che fondava un'identità operaia – viene a essere eroso o sovvertito.

venerdì 13 gennaio 2012

Dalla Sinistra comunista alla «comunizzazione»

Gilles Dauvé

[Il testo che segue è stato pubblicato nel volume Gilles Dauvé [Jean Barrot], Le Roman de nos origines. Alle origini della critica radicale, A cura di Fabrizio Bernardi, Dino Erba, Antonio Pagliarone, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2010]

Un buon modo di approcciare i testi raccolti in questo volume è quello di vederli, anziché come una mera riflessione intorno a delle idee, come il prodotto di un’esperienza.
In due studi un tempo celebri, Kautsky e Lenin[1] – il secondo, riprendendo lo schema del primo – stabilivano quelle che per essi, erano le tre fonti del marxismo: l’economia politica inglese, la filosofia tedesca e il socialismo francese. L’idea centrale, comune a Kautsky e Lenin, era che il marxismo fosse nato non già dal seno della classe operaia, bensì dal genio di alcuni intellettuali di origine borghese: affinché un movimento socialista fosse possibile (si parlava poco di comunismo, prima del 1917), era necessario che la coscienza di classe venisse introdotta tra le masse lavoratrici dall’esterno, attraverso la mediazione di un partito. È soltanto sulla natura di quest’ultimo che Kautsky e Lenin divergevano.
Questa tesi è stata confutata abbastanza a fondo, e le sue implicazioni pratiche sono state sufficientemente studiate, affinché non vi si debba ritornare[2]. Ci limiteremo a sottolineare ciò che in essa vi è di fondamentalmente erroneo: inventare «il marxismo» significa ridurre una teoria a un corpo dottrinale; che questo sia poi destinato a essere volgarizzato dalla propaganda, non è che la conseguenza della separazione originariamente operata, tra le idee e la realtà sociale ad esse corrispondente.

A fair amount of killing

«Théorie communiste» e «Alcuni fautori della comunizzazione»

Il testo che segue fu redatto nel 2003, all'epoca della "seconda" guerra in Iraq. [NdR]

L'attuale guerra in Iraq, in quanto si pone come tappa e momento di accelerazione della globalizzazione della riproduzione del capitale, ha una posta mondiale. In questo riveste le stesse vestigia delle due guerre mondiali che hanno dato forma all’età contemporanea: lì, attraverso il secco ridimensionamento dei poli di accumulazione concorrenti rispetto a quello statunitense, si trattava d’imporre l’egemonia su scala planetaria della forma più avanzata dello sfruttamento capitalistico, maturata sulla base della sanguinosa sconfitta dell’istanza rivoluzionaria posta dal movimento proletario internazionale; qui, il superamento delle sovranità nazionali e delle logiche «geopolitiche» nel governo di una cert’area viene imposto come coronamento logico della controffensiva che il capitale, a partire dagli anni Settanta, ha opposto alle estese insorgenze sociali che, nei centri come nelle periferie, a Est come a Ovest, avevano sconvolto gli assetti regolamentati su base nazionale dal compromesso fordista e che, alla richiesta di sacrifici per «uscire dalla crisi», avevano allegramente risposto che l’Economia meritava soltanto di crepare.

lunedì 9 gennaio 2012

Della modestia che si conviene al lottatore sociale

Una lettera ai compagni

R. F.

Il testo che segue – scritto nell'estate 2010 e circolato nei mesi successivi in pochissimi esemplari cartacei – testimonia di una rottura avvenuta nell'ambito della corrente insurrezionalista “anarchica”. Tutt'altro che privo di difetti, esso intendeva porre molte fondamentali questioni ad un milieu di militanti, senza essere del tutto in grado di formularle con chiarezza. Oltre a ciò, le previsioni sul corso del capitalismo e sul destino del democratismo radicale si sono rivelate decisamente errate, come l'approfondirsi della crisi e la diffusione globale del movimento degli “indignados” possono attestare. Altri spunti – il rilievo dato alla rottura storica degli anni '70, la critica dell'attività militante etc. – sono più azzeccati. Sia come sia, questa lettera abbozzava una prima comprensione del processo rivoluzionario come comunizzazione da parte del suo autore: in ciò ha avuto una sua utilità. [NdA, gennaio 2012]

lunedì 2 gennaio 2012

Il comunismo: tentativo di definizione

 Bruno Astarian (1996)

La crisi del programmatismo ci ha lasciati senza una visione positiva del comunismo. La bancarotta dell'affermazione del proletariato in quanto contenuto della rivoluzione, ha allo stesso tempo fatto fallire i piani, le società dei consigli e le altre dittature del proletariato, che rappresentavano la conclusione naturale delle analisi teoriche del movimento sociale e delle sue crisi. Il riconoscimento dell'impossibilità dell'affermazione del proletariato come soluzione alla crisi capitalista, ha per corollario una definizione del comunismo che – passando per la negazione del proletariato e non avendo dunque alcuna base attuale – deve necessariamente restare molto più astratta rispetto alle definizioni fondate sull'affermazione del proletariato. Nelle condizioni attuali, ogni ricerca di una definizione del comunismo deve rompere risolutamente con tutte le categorie che servono ad analizzare e criticare il modo di produzione capitalistico. Questa rottura, ad ogni modo, non è un salto arbitrario in un'utopia che si nutrirà delle piccole insoddisfazioni della vita individuale e collettiva presente. Essa piuttosto si appoggia sulla realtà della crisi delle categorie del capitale, che si manifesta e si manifesterà concretamente nell'attività di crisi del proletariato. Sono le modalità d'insurrezione del proletariato sulla base del blocco dell'accumulazione del capitale, a indicare le direttrici del superamento comunista della crisi capitalista.

domenica 1 gennaio 2012

Lettera sulla liberazione animale

Gilles Dauvé e altri (2000)

È impossibile determinare quando e come la storia ha preso la direzione sbagliata. Il primitivismo seleziona quei fatti che dovrebbero confermare le sue tesi, rigettando un aspetto della scienza (la storia tradizionale) in nome di altri aspetti che appartengono egualmente alla conoscenza capitalista (l'antropologia). Invece di rompere con il determinismo “marxista”, voi spostate l'enfasi dall'economia alle contraddizioni tra uomo e animale. Che sia scritto da Rousseau, da te o da me, ogni discours des origines dice molto di più sul suo autore che sul passato.